Impossible Mission è il remake di un famosissimo gioco uscito nel lontano 1984 per Commodore 64 ed altri computer dell’epoca.
Il gioco si distinse da subito per aver proposto, oltre ad una delle prime voci sintetizzate della storia ad apparire sugli 8 bit dell’epoca (che si ascoltava  all’inizio dell’avventura), nonché per il suo gameplay discretamente originale ed innovativo: nei panni di un agente segreto dovevamo sventare un piano di distruzione di uno scienziato pazzo, esplorando tramite un ascensore diverse stanze di un particolare ed interessante laboratorio sotterraneo.
Il protagonista poteva sfoggiare pregevoli animazioni,  e tramite i suoi eleganti salti doveva evitare i robot maligni che infestavano il maniero sotterraneo. Oltre a tutto questo, ogni stanza presentava innumerevoli oggetti da esaminare,  da cui reperire informazioni utili per diversi scopi, come quello di disabilitare momentaneamente i robot che popolavano gli stage.
Potrei usare innumerevoli caratteri per spiegarvi come all’epoca (sempre per i più grandicelli ovviamente) Impossible Mission rappresentò uno di quei ricordi indelebili nella mente di un appassionato di videogiochi, per tutte le caratteristiche tecniche che ho appena descritto, ed anche per le (ovvie) implicazioni sentimentali che legano i vecchi ricordi dell’infanzia.
Facciamo un rapido fast forward al 2007, ed accingiamoci, con sommo rammarico, a spendere alcune parole per descrivere questo semplice remake. Il gioco non presenta grosse novità, tranne altri due personaggi da impersonare, un’agente di sesso femminile ed un anonimo robot, con cui affrontare l’avventura.
Quest’ultima, è bene dirlo, non si discosta minimamente da quella uscita più di venti anni fa sui computer dell’epoca, riproponendo un gameplay che, per quanto avvezzo ad emozionare tutti coloro che amano crogiolarsi nei ricordi, per un utente dell’anno 2007 appare quantomeno privo di mordente.
Questo profilo ludico si incastona all’interno di un quadro tecnico piuttosto povero, a partire dai personaggi poco definiti ed i fondali che ad un’occhiata distratta potrebbero essere confusi con quelli della versione originale (peraltro presente all’interno delle opzioni di gioco).
Nota dolente anche per la giocabilità, che ricalca anch’essa quella di tanti anni fa, quando la filosofia del videogiocatore era stoicamente ancorata  ad una concezione di difficoltà del gioco che era legata, specie per i platform game, al famoso “pixel perfect”, ovvero a misurare perfettamente la distanza che intercorre fra una piattaforma e l’altra, pena la morte del proprio alter ego.
Oggigiorno ( per fortuna) le regole di (video)gioco sono diverse, ed caratterizzate da un uso più elastico delle animazioni e delle misure di gioco. Ecco perché i programmatori, in primis, dovevano dotare questo remake almeno di un comparto ludico che non rischiasse di frustrare i giocatori, specie quelli più giovani poco avvezzi alle difficoltà dell’epoca.